Partiamo da un concetto chiave che ripeto spesso ai miei clienti: il cane non è un robot da programmare una volta per tutte. Strano ma vero. Il richiamo non è un interruttore che, una volta acceso, resta sempre acceso, ma dipende dal contesto, dallo stato emotivo del cane in quel momento e dalla relazione che ha con il proprietario, tanto che moltissimi cani il richiamo lo conoscono benissimo, visto che tornano in casa, tornano in giardino o tornano quando non c’è nulla di particolarmente interessante intorno, e però si bloccano proprio nella vita reale, fuori, dove le cose si complicano.
Per questo la domanda giusta non è se il cane sia disobbediente, ma piuttosto cosa gli renda, in quel preciso momento, più conveniente restare lì invece di tornare dal proprietario.
Motivi legati a come è stato insegnato il richiamo
Molte volte il problema parte da lontano, dal modo in cui l’esercizio è stato costruito a tavolino, perché un richiamo allenato soltanto al campo o peggio in salotto o in un campetto vuoto non si trasferisce automaticamente al parco pieno di stimoli, dato che il cane non sta facendo il finto tonto, ma semplicemente non ha mai generalizzato quel comportamento in contesti diversi da quello in cui l’ha imparato. A questo si aggiungono gli allenamenti fatti a singhiozzo, le difficoltà alzate troppo in fretta e il vizio, comunissimo, di chiamare il cane in continuazione senza pretendere davvero la risposta, cosa che porta a un comando che sulla carta sembra acquisito, ma che nella pratica tiene solo nelle situazioni più facili, proprio quelle in cui serve di meno.
- Generalizzazione incompleta: il richiamo è stato lavorato soltanto in un contesto, come la casa o un campo recintato, e non è mai stato portato in ambienti più ricchi di stimoli, motivo per cui il cane non riesce a trasferirlo da solo al parco o in strada.
- Allenamento fatto a singhiozzo: il richiamo viene praticato poco e in modo incostante, senza una vera progressione delle difficoltà, così che si passa troppo in fretta da contesti facili a contesti complicati.
- Asticella alzata troppo presto: si è chiesto il richiamo davanti a distrazioni forti prima ancora che il comportamento fosse davvero solido nelle situazioni più semplici.
- Comando svuotato: il proprietario ha chiamato il cane troppe volte senza ottenere risposta, o senza far valere la richiesta, e così il richiamo ha finito per perdere peso e credibilità ai suoi occhi.

Motivi legati al contesto e alle distrazioni
Anche un richiamo allenato bene può crollare davanti a uno stimolo ambientale più forte del legame che il cane ha con il proprietario, perché odori, prede, altri cani e persone accendono, in quel preciso istante, circuiti emotivi e istintivi che risultano più potenti di qualsiasi comando, soprattutto se il soggetto, per indole o per razza, vive questa competizione interna in modo particolarmente marcato davanti a stimoli predatori. A questo si aggiunge la fase di vita che il cane sta attraversando, dato che un cucciolo o un adolescente vivono momenti di crescita in cui curiosità, energia e voglia di testare i limiti rendono il richiamo naturalmente meno prioritario, senza che questo rappresenti un problema permanente o un campanello d’allarme.
- Distrazioni più forti del proprietario: odori, altri cani, persone, prede, rumori e movimento sono tutti stimoli che, in quel momento, valgono di più del richiamo agli occhi del cane.
- Predisposizione individuale o di razza: alcuni cani hanno un istinto predatorio o esplorativo molto marcato, come la caccia all’odore o l’inseguimento di una preda, e questo rende il richiamo più difficile da ottenere proprio in quei contesti, tanto che non basta chiedere obbedienza, ma serve dare al cane occasioni vere per sfogare quella parte di sé, con giochi adatti e attività compatibili, altrimenti il richiamo resterà debole proprio davanti a quello stimolo; spesso aiuta anche smettere di rincorrerlo e, in contesti sicuri, provare ad allontanarsi nella direzione opposta, per rompere la dinamica per cui il proprietario lo rincorre e lui continua a scappare.
- Fase di vita, cucciolo o adolescente: un cucciolo non ha ancora la maturità e la concentrazione di un cane adulto, ed è normalissimo che sia curioso e dispersivo, per cui tenerlo sempre sotto campana rischia di creare, paradossalmente, un adulto ancora più attratto da tutto, perché non ha mai potuto togliersi quelle curiosità nel momento giusto.
L’adolescente, dal suo canto, vive di energie, ormoni e voglia di sperimentare i limiti, e può sembrare meno collaborativo, ma questo non significa che vada lasciato fare quello che vuole, significa solo che bisogna capire quando chiedere il richiamo e quando lasciargli fare esperienza.

Motivi legati alla motivazione e alla “convenienza” di tornare
Per il cane, rispondere al richiamo è sempre il risultato di un calcolo, per quanto inconsapevole, tra ciò che sta facendo in quel momento e ciò che otterrebbe tornando dal proprietario, e se le sue giornate non gli offrono abbastanza sfogo vero, come esplorare, giocare o usare il naso, il richiamo viene vissuto come una sottrazione piuttosto che come un invito, dato che il proprietario gli sta togliendo proprio quello che gli manca di più.
Vale lo stesso discorso se tornare significa sempre la fine del gioco o il guinzaglio, oppure se semplicemente il proprietario non risulta abbastanza interessante rispetto all’alternativa.
- Il cane è annoiato: se le passeggiate, le uscite e i momenti di libertà non bastano a soddisfare i suoi bisogni reali, come esplorare, muoversi, fiutare, giocare, predare o collaborare, il richiamo diventa una sottrazione, perché il proprietario lo chiama proprio mentre il cane sta per perdere il divertimento che gli manca.
- Il richiamo è associato alla fine del divertimento: il cane impara che tornare vuol dire la fine del gioco, del guinzaglio o del rientro a casa, per cui rispondere non gli porta alcun vantaggio concreto.
- Il richiamo è poco gratificante: il proprietario, in quel momento, non risulta sufficientemente motivante rispetto a quello che il cane sta facendo, e questo riduce la sua voglia di interrompersi per tornare.
- Rinforzo involontario del “non torno”: ogni volta che il cane ignora il richiamo e continua l’attività che gli piace, quella stessa attività diventa il premio per non aver risposto, e così l’abitudine a ignorare si rafforza da sola, senza che nessuno se ne renda conto.
- Motivazione generale bassa: a volte non c’è un colpevole unico, ma piuttosto un mix di energia non scaricata, gestione del contesto poco curata e motivazione complessiva debole.

Motivi legati alla relazione con il proprietario
Il richiamo non è soltanto tecnica, ma anche lo specchio della qualità del rapporto tra il proprietario e il cane, perché un cane che viene liberato e poi controllato, interrotto o richiamato in continuazione senza un vero motivo smette di considerare il richiamo una comunicazione utile e finisce per trasformarlo in un rumore di fondo da ignorare. Allo stesso modo, se durante le uscite il proprietario è quasi sempre una presenza poco coinvolgente, il cane impara a fare riferimento a sé stesso piuttosto che al proprietario, e nei casi più estremi, in cui non risponde quasi mai nemmeno in contesti tranquilli, il problema riguarda la relazione nel suo insieme più che il singolo esercizio.
- Il proprietario crea frustrazione: liberare il cane e poi chiamarlo, controllarlo o interromperlo di continuo, spesso per ansia, trasforma il richiamo in un rumore di fondo senza significato, perché il cane lo percepisce come una presenza pesante o poco credibile e finisce per ignorarlo; il richiamo andrebbe usato solo quando serve davvero.
- Storia di interazioni poco coinvolgenti: se durante le uscite il proprietario è quasi sempre una presenza neutra, il cane impara a esplorare e a giocare per conto suo, senza considerare il proprietario un vero punto di riferimento.
- Manca interesse verso il proprietario: nei casi più marcati, in cui il cane non risponde quasi mai, nemmeno in contesti tranquilli, il problema può essere più profondo, perché si tratta di una relazione da costruire, in cui anche il proprietario deve imparare a rendersi più interessante, più leggibile e più affidabile agli occhi del cane, e questo può dipendere anche da un tipo di cane o di razza che non è stato compreso davvero nei suoi bisogni.

Motivi legati a punizioni e conseguenze negative
Uno degli errori più dannosi riguarda ciò che accade esattamente nel momento in cui il cane decide di tornare, perché se quel gesto viene accolto con una sgridata, magari per essersi allontanato poco prima o per non aver risposto subito, il cane non collega la punizione al comportamento precedente, ma proprio al ritorno in sé, e così si crea un’associazione negativa tra il tornare dal proprietario e il subire qualcosa di spiacevole, un’associazione che nel tempo rende il richiamo sempre meno affidabile, anche quando la punizione nasceva da una buona intenzione educativa.

Quindi se il cane viene sgridato o punito nel momento in cui torna, anche per qualcosa fatto prima come l’essersi allontanato, impara ad associare il ritorno a qualcosa di spiacevole, e quindi evita di rispondere proprio per prevenire quella conseguenza.
Motivi legati allo stato emotivo del cane
Non tutti i mancati richiami dipendono da educazione, contesto o relazione, perché a volte la causa è semplicemente fisiologica ed emotiva, dato che un cane che entra in un picco di stress, paura o eccitazione fortissima si trova in uno stato di attivazione che riduce parecchio la sua capacità di elaborare qualsiasi stimolo, anche quelli che conosce benissimo come il proprio nome o il richiamo.
In quei momenti il cane non sta scegliendo di ignorarti, ma è il suo sistema nervoso a essere temporaneamente sopraffatto, per cui serve prima far scendere quell’attivazione perché qualsiasi comando possa tornare a funzionare normalmente.

Ad esempio, un cane molto stressato, spaventato o in blocco, cioè in un sovraccarico emotivo, non riesce a elaborare ed eseguire il comando come farebbe in condizioni tranquille, indipendentemente da quanto bene sia stato insegnato il richiamo.
Cosa dice la letteratura cinofila
Oltre all’esperienza sul campo, anche gli studi disponibili sul comportamento canino (come quello Studio di Fugazza, Pogány e Miklósi, 2016) offrono qualche indicazione utile per inquadrare il problema, perché in generale i metodi basati sul rinforzo positivo portano a risultati più stabili e affidabili nel tempo rispetto a quelli basati su correzioni o punizioni, che invece tendono ad alzare il livello di stress del cane. Un altro punto importante riguarda la memoria contestuale, dato che il cane non registra soltanto il comando in sé, ma tutto il contesto, le emozioni e le conseguenze legate a quell’azione, e questo spiega bene perché lo stesso identico richiamo possa funzionare in una situazione e fallire in un’altra.
- Il rinforzo positivo è generalmente più efficace per costruire comportamenti affidabili e duraturi rispetto a metodi basati su correzioni o punizioni.
- I metodi aversivi sono collegati a un aumento dei segnali di stress nel cane, il che può peggiorare ulteriormente la risposta al richiamo invece di migliorarla.
- Il cane non memorizza soltanto il comando in sé, ma tutto il contesto e le conseguenze legate a quell’azione, e questo spiega perché lo stesso richiamo possa funzionare in un posto e fallire in un altro.
Come iniziare a costruire un richiamo solido
Una volta chiarito perché il cane non risponde, il passo successivo riguarda come costruire davvero un richiamo solido, partendo da pochi principi di base che valgono per qualunque cane, indipendentemente da età, razza o storia personale, perché il richiamo va sempre insegnato per gradi, cominciando in un ambiente povero di stimoli e aumentando la difficoltà solo quando il comportamento è davvero consolidato, dato che pretendere troppo e troppo presto è uno degli errori più comuni descritti nei motivi sopra.
Conta moltissimo anche la qualità del rinforzo, perché il cane deve percepire che tornare gli porta sempre qualcosa di concretamente vantaggioso, e non semplicemente l’assenza di un rimprovero.
Il metodo completo, con la progressione dettagliata e gli esercizi pratici passo per passo, merita però un articolo a parte, interamente dedicato a come costruire il richiamo nella pratica.

