Nell’articolo Perché il cane non torna al richiamo abbiamo analizzato nel dettaglio tutti i motivi per cui il richiamo non funziona nella vita reale, dal modo in cui viene insegnato fino allo stato emotivo del cane, passando per la relazione con il proprietario e gli errori legati alle punizioni, e questo articolo parte esattamente da lì, perché costruire un richiamo solido significa prima di tutto evitare di ripetere quegli stessi errori mentre si lavora sulla parte pratica. Prima di entrare nel metodo vero e proprio vale quindi la pena fare un recap velocissimo dei punti principali, rimandando chi vuole leggere l’analisi completa, con tutte le spiegazioni e gli esempi, all’articolo dedicato già citato.
Recap veloce degli errori più comuni
Per costruire un richiamo che funzioni davvero conviene tenere a mente, anche solo per sommi capi, le aree in cui si annida il problema, perché ognuna di queste richiede un’attenzione diversa durante il lavoro pratico, e seguendo i prossimi passaggi sarà più facile evitare di ricommettere gli errori già descritti nell’altro articolo. Si tratta solo di un richiamo veloce alla memoria, utile a tenere tutto presente man mano che si procede con il metodo, mentre la spiegazione completa di ciascun motivo, con tutti gli esempi pratici, resta nell’articolo dedicato a quell’analisi.
Stato emotivo: sovraccarico di stress, paura o eccitazione che blocca temporaneamente la capacità del cane di rispondere.
Metodo di insegnamento: generalizzazione incompleta, allenamento incostante e criteri alzati troppo in fretta rispetto al livello reale del cane.
Contesto e distrazioni: stimoli ambientali più forti del legame con il proprietario, istinto predatorio non sufficientemente sfogato e fasi di vita delicate come cucciolo o adolescente.
Motivazione: noia, scarsa convenienza percepita nel tornare e rinforzo involontario dell’abitudine a ignorare il richiamo.
Relazione: frustrazione creata da un controllo eccessivo o da una presenza poco coinvolgente del proprietario durante le uscite.
Punizioni: rimproveri ricevuti proprio nel momento del ritorno, che il cane associa al gesto stesso di tornare.
Come costruire il richiamo, fase per fase
Costruire un richiamo affidabile richiede un percorso graduale, in cui ogni fase consolida quella precedente prima di alzare l’asticella, perché è proprio saltando i passaggi che si ottengono cani capaci di rispondere benissimo in salotto e di bloccarsi completamente fuori.
Le fasi che seguono vanno quindi vissute come tappe progressive, da rispettare nell’ordine, e non come esercizi isolati da provare a caso a seconda dell’umore del momento.
La base di ogni fase: il rinforzo positivo
Prima di entrare nel dettaglio delle singole fasi è utile fermarsi sul concetto di rinforzo positivo, perché è esattamente questo il concetto su cui si appoggia tutto il metodo, dato che il cane impara a tornare non per evitare una conseguenza punitiva, ma perché ha capito che rispondere al richiamo gli porta sempre qualcosa di concretamente vantaggioso, ovvero una gratificazione: come del cibo molto gradito, un gioco particolarmente amato o un contatto sociale che per lui ha un valore reale, e proprio per questo il rinforzo va scelto guardando i gusti specifici del cane, piuttosto che usando sempre lo stesso premio standard per qualunque soggetto.
Conta moltissimo anche la tempistica, perché il rinforzo va dato nell’istante stesso in cui il cane arriva e non qualche secondo dopo, così che l’associazione resti chiara e immediata, mentre l’intensità del premio dovrebbe crescere proprio nelle situazioni più difficili, per compensare lo sforzo che in quel momento viene richiesto al cane.
Anche la letteratura cinofila conferma che il rinforzo positivo è una base più solida per costruire un richiamo affidabile, perché aiuta il cane ad associare il ritorno a una conseguenza piacevole, prevedibile e sicura. Accanto all’esperienza pratica, studi come quello di Fugazza, Pogány e Miklósi, 2016 mostrano quanto l’apprendimento dipenda non solo dal segnale usato, ma anche dalle emozioni e dal contesto in cui il cane lo vive. Correzioni e punizioni, al contrario, possono aumentare lo stress e indebolire la risposta, soprattutto se arrivano proprio nel momento in cui il cane torna. Il cane non memorizza soltanto la parola del richiamo, ma associa a quel gesto luogo, tono della voce, distanza, stato emotivo e conseguenze. Perciò un segnale ben costruito attraverso esperienze positive tende a restare più stabile anche in ambienti diversi.

Fase 1, la scelta o il rinnovo del segnale
Il primo passo riguarda il segnale, perché se la parola attualmente usata è già stata svalutata da troppi richiami senza risposta, o peggio è stata associata a un rimprovero, conviene scegliere un suono o una parola nuova, mai sentita prima dal cane in quel contesto, così da partire senza il peso di esperienze negative già accumulate.
Fase 2, la prima associazione in un ambiente facile
Il nuovo segnale va costruito in un ambiente povero di stimoli, come una stanza di casa o un giardino, dove il cane possa avere successo quasi ogni volta, perché in questa fase l’obiettivo non è la difficoltà ma la velocità con cui il cane impara che a quel suono corrisponde sempre il rinforzo positivo appena descritto, ripetendo sessioni brevi e frequenti più volte al giorno, piuttosto che lunghe sedute isolate che rischiano di stancare l’attenzione del cane.
Fase 3, aumentare distanza e durata
Solo dopo che il cane risponde con prontezza nell’ambiente facile si comincia ad allontanarsi gradualmente, prima di poche decine di centimetri e poi di qualche metro, lasciando anche che il cane si distragga per qualche secondo prima di richiamarlo, perché il richiamo deve funzionare bene anche quando il cane non sta già guardando il proprietario nel momento in cui viene chiamato.
Fase 4, introdurre le prime distrazioni
A questo punto si possono inserire le prime distrazioni leggere, come un giocattolo fermo a terra o un altro cane visto a distanza, mantenendo sempre un’alta percentuale di successo nelle risposte, perché se il cane fallisce più spesso di quanto risponda significa che la difficoltà è stata alzata troppo in fretta, ed è sempre meglio tornare indietro di un passo piuttosto che insistere su un esercizio che il cane non è ancora pronto a gestire. Senza frustrazione e giudizio, né verso se stessi né verso il cane.
Fase 5, generalizzare in ambienti diversi
Una volta che il richiamo tiene bene anche con piccole distrazioni si comincia a cambiare ambiente, portando il lavoro in luoghi nuovi e via via più ricchi di stimoli, gestendo la sicurezza con un guinzaglio lungo piuttosto che lasciando subito il cane completamente libero, così da poter intervenire se necessario senza dover rincorrere fisicamente l’animale.
Fase 6, consolidare nella vita reale
L’ultimo passaggio riguarda la vita reale, dove il richiamo va usato con parsimonia e sempre seguito da qualcosa di vantaggioso per il cane, mai dalla fine della libertà o dal rientro immediato a casa, perché solo così il richiamo resta una promessa mantenuta nel tempo, anche nei contesti più complicati e ricchi di stimoli.

Quattro aiuti pratici per far tornare il cane al richiamo
Oltre al lavoro strutturato per fasi, esistono alcuni aiuti pratici che si usano per sbloccare situazioni di stallo nel momento stesso in cui il cane non risponde, e che vanno maneggiati con consapevolezza, perché modificano la dinamica emotiva tra cane e proprietario invece di limitarsi a ripetere un comando, funzionando bene solo quando applicati nel contesto giusto, mentre possono diventare rischiosi se usati senza valutare la sicurezza dell’ambiente o lo stato emotivo del cane in quel momento.
- Abbassarsi: il proprietario si accovaccia, rendendosi meno minaccioso e più invitante ai suoi occhi, perché questo gesto viene spesso percepito come un richiamo sociale più forte di qualsiasi comando verbale. Funziona bene nella maggior parte dei contesti tranquilli, mentre va evitato se il cane è già molto eccitato o se la distanza in quel momento è troppa per intervenire rapidamente in caso di pericolo.
- Andarsene: il proprietario si allontana semplicemente nella direzione opposta rispetto al cane, senza rincorrerlo né richiamarlo con insistenza, rompendo così la dinamica in cui più lui insegue e più il cane si allontana a sua volta.
Attenzione, va riservato a contesti recintati o sicuri, mai vicino a strade o dislivelli, e mai nel momento di massimo rischio, come durante un inseguimento attivo di una preda. - Andarsene dicendo “ciao”: è una variante della tecnica precedente, in cui il proprietario saluta il cane mentre si allontana, sfruttando la curiosità sociale dell’animale più che il semplice allontanamento fisico. Questo permette anche di stabilire la tipologia del rapporto tra umano e cane. Funziona particolarmente bene con cani molto legati al proprietario, mentre va evitato con cani insicuri o spaventati, perché in quei casi l’allontanamento improvviso, anche se accompagnato da un tono positivo, può aumentare l’ansia invece di incuriosire.
- Fargli subire l’abbandono: può sembrare brutto, mi rendo conto, ma non si sta realmente abbandonando il cane. Consiste nel nascondersi alla vista del cane, lasciando che per qualche istante non riesca più a trovare il proprietario, pur restando sempre nelle immediate vicinanze e in totale sicurezza, perché non è un vero abbandono ma un modo per attivare l’istinto di cercare e di riavvicinarsi. Va usato solo in spazi controllati e già conosciuti dal cane, mai in ambienti nuovi o vicino a strade, e mai con cani molto ansiosi, per i quali questa sensazione rischierebbe di risultare destabilizzante piuttosto che utile.

I quattro aiuti elencati restano strumenti da usare nei momenti di blocco, dentro la cornice del lavoro a fasi descritto sopra, e la scelta di quale utilizzare dipende sempre dal carattere del cane, dal livello di fiducia già costruito e dal contesto specifico in cui ci si trova.
Questi aiuti introducono il rinforzo negativo? Sì, ma chiariamo cosa significa.
Il concetto di alcuni di questi aiuti, come l’andarsene o il fargli subire l’abbandono, è diverso da quello del rinforzo positivo usato nelle fasi, dato che il cane non ottiene qualcosa di piacevole ma sperimenta per qualche istante un leggero disagio legato alla distanza dal proprietario, un disagio che si risolve proprio nel momento in cui si riavvicina, ed è esattamente questo meccanismo, tecnicamente chiamato rinforzo negativo, a spingerlo verso il ritorno.
Tutto dipende da cosa si intende davvero per rinforzo negativo, ed è proprio qui che conviene fare chiarezza tra i concetti, distinguendo bene anche dalla coercizione, che è invece un’altra cosa.
- Rinforzo positivo: si aggiunge qualcosa di piacevole per far crescere un comportamento, come il cibo o il gioco usati nelle fasi precedenti, ed è il meccanismo su cui si basa la costruzione del richiamo.
- Rinforzo neutro: non aggiunge né rimuove nulla di emotivamente carico, senza coinvolgere alcuna componente gradita o sgradita.
- Rinforzo negativo: il cane si trova per qualche istante in una condizione lievemente spiacevole, come la distanza dal proprietario creata da queste tecniche, e quando si avvicina, cioè quando fa la cosa giusta, quella condizione finisce subito.
- Coercizione: è il termine usato in cinofilia (non semplicemente da dizionario), conosciuto più semplicemente come il far provare dolore al cane, e indica l’uso di qualcosa di doloroso imposto di proposito per fermare o correggere un comportamento, cosa che non ha nulla a che fare con gli aiuti descritti qui.
Proprio per questo, ogni volta che il cane si riavvicina dopo uno di questi aiuti, va comunque accolto con il rinforzo positivo descritto nelle fasi precedenti, in modo che l’esperienza complessiva resti vantaggiosa e priva di qualsiasi componente punitiva.

