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Le etichette stanno rovinando la cinofilia. Quando il pressapochismo diventa un giudizio

Educatrice cinofila al lavoro con un cane mentre due persone osservano e giudicano la scena da lontano.

Secondo me c’è una cosa che sta facendo danni enormi alla cinofilia, ed è la fretta di mettere etichette. Non parlo di quelle stampate sui sacchi del mangime, ma di quelle che attacchiamo alle persone appena aprono bocca.

Ti basta dire alcune parole come kennel, allevatore, canile, rinforzo positivo, clicker o correzione e, prima ancora di aver spiegato il contesto, qualcuno ha già deciso che professionista sei. Non sanno perché hai fatto quella scelta, come la metti in pratica, cosa osservi nel cane o quali effetti produce, ma si sentono comunque pronti a giudicare. La parola diventa così una condanna, mentre il ragionamento, l’esperienza e la pratica reale passano in secondo piano. Il problema, allora, non è il termine che usi, ma quel pressapochismo che si traveste da giudizio.

Cos’è un’etichetta e perché la usiamo

Le etichette sono scorciatoie mentali che il cervello usa per inquadrare persone, oggetti e situazioni senza dover ricominciare da capo ogni volta, un meccanismo che ha indubbiamente una sua utilità perché senza categorie passeremmo le giornate a rivalutare anche l’evidenza più banale, ma il problema nasce quando una definizione provvisoria viene scambiata per una descrizione definitiva della realtà.

In cinofilia succede esattamente questo, quando una parola come clicker, kennel, correzione o collare smette di indicare uno strumento, una scelta o una pratica e si trasforma in un giudizio morale sul professionista, come se bastasse a raccontare competenza, metodo, intenzioni ed effetti sul cane, e così invece di capire cosa sta realmente accadendo ci si limita a infilare chi parla nella casella giusta risparmiandosi la parte più faticosa, quella che consiste nell’osservare, nel fare domande e nel valutare i fatti.

Mappa concettuale su quando un’etichetta aiuta a interpretare una situazione e quando diventa un giudizio che sostituisce osservazione, contesto ed effetti reali sul cane.

La stessa parola, pratiche opposte

Dici una parola e pensi di aver detto tutto, ma la verità è che la stessa parola può indicare pratiche opposte, perché il nome dello strumento o del metodo non racconta da solo come viene utilizzato, con quale criterio e con quali effetti sul cane, e per capire davvero il lavoro di un professionista bisogna osservare l’esecuzione concreta e non fermarsi al termine che ha pronunciato, perché è lì che si gioca la partita vera.

  • Collare. Io nel mio modo di lavorare non uso il collare a strozzo, perché il suo potenziale avversivo è troppo alto per renderlo una scelta necessaria e ritengo che esistano alternative che non lo richiedano, ma scegliere un collare fisso non elimina automaticamente ogni rischio, perché se viene usato sempre per strattonare, trascinare il cane o mantenere una pressione continua sul collo, con l’intento di provocare disagio, dolore e compromettere la comunicazione, e scartare lo strumento etichettato come pericoloso non basta se poi la modalità di utilizzo riproduce la stessa dinamica che si voleva evitare, perché il nome dello strumento non certifica la sicurezza e a fare la differenza sono la mano di chi lo utilizza, la modalità di applicazione e ciò che accade realmente al cane.
  • Clicker e rinforzo positivo. Il clicker può funzionare come conferma precisa collegata a un rinforzo coerente e a un criterio comprensibile, oppure essere premuto in ritardo senza selezionare davvero il comportamento desiderato, e dire “lavoro in positivo” non certifica automaticamente competenza, perché anche l’approccio più nobile può diventare inefficace se applicato senza criterio e senza una reale osservazione del cane.
  • Kennel. La parola evoca spesso immagini negative ma non spiega la qualità degli spazi, i tempi di permanenza, le possibilità di riposo, la gestione quotidiana, la sicurezza e lo stato emotivo degli animali, perché la stessa struttura può essere usata con criteri molto diversi e ciò che cambia tutto è la modalità con cui viene vissuta dal cane giorno dopo giorno. Tutto dipende da come e quando.

Il punto è che la parola resta la stessa, mentre cambiano intenzione, competenza, modalità di applicazione e conseguenze reali sul cane, e se vuoi capire davvero chi hai davanti non ti basta sentire una parola, ma devi chiedere come la applica, cosa osserva e quali risultati ottiene.

Perché il problema non è la parola, ma la fretta di giudicare

Il problema non è la parola in sé, ma ciò che gli facciamo fare quando smette di essere un’informazione e si trasforma in una sentenza immediata, perché da quel momento in poi non ascolti più quello che il professionista sta spiegando ma cerchi soltanto conferme all’idea che ti sei già costruito.

Un reel/tiktok può mostrare un frammento, ma non anni di esperienza, capacità di lettura, errori corretti, scelte modificate e risultati osservati nel tempo. Allo stesso modo, uno strumento non misura la competenza, perché non racconta l’obiettivo del lavoro, il criterio con cui viene usato, la risposta del cane né la capacità di cambiare strada quando qualcosa non funziona.

È pur vero che i social hanno reso normale valutare in pochi secondi persone, metodi e interventi complessi, quasi fosse una gara a chi emette prima il verdetto. Peccato che la velocità del giudizio non renda l’analisi più precisa, ma soltanto più comoda, perché valutare davvero richiede di osservare coerenza, applicazione pratica ed effetti sul cane e non di scegliere una fazione appena compare una parola capace di attivare il proprio allarme ideologico.

Cosa guardare davvero prima di farsi un’opinione

Prima di valutare un professionista conviene spostare l’attenzione dall’etichetta alla struttura reale del lavoro, perché la competenza non si riconosce da una parola rassicurante né da una dichiarazione di appartenenza, ma dalla capacità di leggere il cane, motivare una scelta e modificarla quando non produce gli effetti previsti. Un professionista può definirsi cognitivo, relazionale e lavorare comunque in modo confuso, così come una parola capace di metterti in allarme non basta, da sola, per ricostruire un intero percorso. Per evitare sia le assoluzioni automatiche sia le condanne istantanee, puoi osservare alcuni elementi concreti:

  • La capacità di modificare il percorso, perché continuare a ripetere una procedura inefficace non dimostra fermezza, ma scarsa capacità di valutazione.
  • Il contesto, considerando l’ambiente, lo stato emotivo del cane, le esperienze precedenti e il livello di difficoltà richiesto.
  • L’obiettivo del lavoro, che dovrebbe essere osservabile e comprensibile, non ridotto a formule vaghe come “deve obbedire”.
  • La funzione dello strumento, chiedendoti che cosa permette di fare, perché viene scelto e quale conseguenza produce.
  • L’esecuzione reale, osservando intensità, tempismo, durata, pressione, aiuti utilizzati e possibilità offerte al cane.
  • Gli effetti sul cane, valutando apprendimento, fiducia, iniziativa, segnali di disagio e competenze costruite nel tempo.
Schema informativo su cosa valutare prima di giudicare un professionista cinofilo, considerando contesto, obiettivi, strumenti, modalità di lavoro ed effetti sul cane.

Guardare oltre l’etichetta non significa spegnere il cervello, ma ragionare meglio

Aspetta, però, perché dire che le etichette sono un problema è senza dubbio importante, ma è altrettanto vero che, in alcuni casi, ciò che vediamo deve farci accendere immediatamente una lampadina. Ed è proprio qui che entra in gioco il fondamentale “dipende”, non come scappatoia per evitare una posizione, ma come invito a capire quali elementi abbiamo davvero davanti. Se un educatore si presenta con un collare che produce scosse, è normale che scatti un allarme, perché la funzione dello strumento permette di somministrare al cane una conseguenza avversiva a distanza e rappresenta già un’informazione concreta sul lavoro proposto.

Ad esempio, però, non tutti sanno che un dispositivo apparentemente simile, però, potrebbe essere un collare a vibrazione, utilizzato con un cane non udente per costruire un segnale percepibile, per voltarsi verso il proprietario o cercare il contatto visivo. In un lavoro simile la vibrazione è davvero necessaria, anche se ovviamente deve essere introdotta gradualmente, verificando che il cane la tolleri, associandola a conseguenze positive e senza usarla come correzione o per spaventarlo. Per non parlare delle tante persone che confondono il collare con attaccato il gps (tipo tractive) con un collare a scossa.

Ragionare meglio significa distinguere strumenti che possono sembrare simili, ma che hanno funzioni, modalità di applicazione ed effetti profondamente diversi.

Schema comparativo tra collare a scosse, collare a vibrazione e collare GPS, con differenze di funzione, utilizzo ed effetti sul cane.

Una parola ti basta davvero per capire chi hai davanti?

Mi rendo conto che viene facile fare di tutta l’erba un fascio, e ci si casca tutti, perché sentiamp una parola e scatta un riflesso, la colleghiamo subito a ciò che hanno insegnato tramite il bombardamento di micro-video, così in un attimo, senza rendersene conto, si è già deciso chi si ha davanti.

Il punto è che non hai ancora visto come lavora quel professionista, cosa sta cercando di ottenere, come legge il cane e quali effetti producono le sue scelte, perché in fondo hai riconosciuto un termine ma non un metodo di lavoro.

Capire davvero richiede un passaggio in più, forse anche due, e sui social sembra già una fatica enorme, lo so, perché significa distinguere ciò che hai visto da ciò che hai auto-completato nella tua testa. Una parola può essere un indizio utile, ma non sempre basta per costruire un giudizio serio. A volte deve solo accenderti una curiosità, altre volte deve spingerti a fare una domanda in più, magari anche di più, senza che questo ti faccia sentire in difetto e senza avere paura di chiedere, perché ne hai tutto il diritto.

La prossima volta che senti nominare uno strumento o un metodo, forse vale la pena fermarsi un attimo e chiedersi se stai osservando una pratica concreta oppure se hai soltanto riconosciuto una parola che ti piace oppure no. Perché la differenza, alla fine, è tutta lì.

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