C’è chi sostiene che guardare un cane negli occhi sia fondamentale per costruire una buona relazione e chi, al contrario, sembra considerarlo un esperimento di ipnosi, con il proprietario nei panni di Giucas Casella. Nel frattempo, i cani continuano a cercare il nostro sguardo, a ricambiarlo oppure a evitarlo, apparentemente ignari delle teorie che abbiamo costruito intorno a un comportamento così comune.
Il problema nasce quando il contatto visivo viene interpretato attraverso convinzioni assolute, dimenticando che il suo significato dipende dalla storia del cane, dalle esperienze precedenti, dalla relazione con la persona, dal contesto e dalla funzione del comportamento. Uno sguardo spontaneo durante un’interazione e una persona che fissa insistentemente un cane con atteggiamento minaccioso, per esempio, non sono affatto situazioni equivalenti.
Ma cosa dice realmente la scienza? Tra studi sulla comunicazione, esperimenti sull’ossitocina e risultati contrastanti, cercheremo di capire perché lo sguardo conta, quando cambia significato e quanto delle nostre convinzioni sia effettivamente sostenuto dalle ricerche.
Il cane ci guarda negli occhi. E quindi? Prima di inventarci un significato, guardiamo gli studi
Ammettiamolo, siamo piuttosto bravi ad attribuire significati allo sguardo del cane. Ci guarda e pensiamo che si fidi di noi, che voglia chiederci qualcosa o magari che stia cercando la nostra approvazione. Peccato che, senza conoscere la sua storia individuale, le esperienze precedenti, la relazione con la persona e il contesto, rischiamo di raccontarci una storia che ha molto più a che fare con le nostre aspettative che con ciò che sta facendo il cane.
Cosa hanno scoperto gli studi sullo sguardo del cane?
Ma andiamo ai fatti e mettiamo un attimo da parte le opinioni e passiamo a ricerche comprovate. Nel 2003, Miklósi pubblicò su Current Biology uno studio diventato uno dei riferimenti più citati sulla comunicazione tra cani ed esseri umani. L’esperimento prevedeva che cani e lupi, entrambi socializzati con le persone, imparassero a recuperare del cibo da un contenitore che, a un certo punto, veniva bloccato. Immaginiamo quindi un animale che sa perfettamente come ottenere la ricompensa e che improvvisamente si ritrova davanti a qualcosa che non funziona più.
A quel punto emerse una differenza interessante, perché i cani tendevano a voltarsi verso la persona presente, mentre i lupi continuavano più a lungo a cercare di aprire il contenitore. Da questa osservazione nacque l’ipotesi che la domesticazione avesse favorito nei cani una particolare predisposizione a rivolgersi all’essere umano, anche attraverso lo sguardo, davanti a una difficoltà.
Fin qui il ragionamento sembra convincente, ma c’è una precisazione importante. Miklósi aveva osservato che i cani guardavano la persona, senza dimostrare che stessero necessariamente chiedendo aiuto, anche se questa rimaneva una possibile interpretazione. Del resto, siamo noi ad attribuire un’intenzione al comportamento e sarebbe piuttosto azzardato immaginare che ogni cane, voltandosi, stesse pensando “Caro umano, confido nelle tue capacità di problem solving, intervieni tu”.
Nel 2017, Marshall-Pescini ha ripreso la questione utilizzando un problema insolubile con cani e lupi cresciuti in condizioni comparabili, oltre ad altri gruppi di cani. È emerso che gli animali meno persistenti guardavano prima e più a lungo le persone, indipendentemente dalla specie, suggerendo che la comparsa dello sguardo potesse dipendere anche dalla tendenza individuale a insistere nel tentativo di risolvere il problema.
A complicare ulteriormente le cose ci ha pensato Lazzaroni nel 2020, confrontando le reazioni dei cani davanti a un compito insolubile in presenza di una persona, un manichino oppure un oggetto. I cani si voltavano anche verso questi ultimi, senza differenze nette nei tempi del primo orientamento, un risultato che rende difficile interpretare ogni sguardo all’indietro come una richiesta di aiuto. A meno che non vogliamo attribuire anche ai manichini particolari competenze nella risoluzione dei problemi.
A questo punto, però, rischiamo di fare l’errore opposto, perché dopo aver visto quanto sia facile interpretare male uno sguardo potremmo convincerci che guardarsi negli occhi serva a ben poco. E invece arriva Savalli, nel 2016, ha pubblicato su PLOS ONE una ricerca che racconta qualcosa di molto interessante proprio sulla comunicazione visiva tra cane e proprietario.
Il suo esperimento coinvolgeva 22 cani che potevano vedere del cibo, ma non raggiungerlo senza l’aiuto del proprietario. La persona rimaneva presente, ma cambiava il modo in cui dirigeva la propria attenzione, passando dal guardare il cane al leggere un libro, chiudere gli occhi oppure osservare un altro punto della stanza. Insomma, il cane aveva sempre lo stesso problema da risolvere, ma non trovava davanti a sé un interlocutore altrettanto disponibile a guardarlo.
E sapete cosa è successo? I cani aumentavano i comportamenti comunicativi visivi quando riuscivano a stabilire un contatto visivo con il proprietario, mostrando di adattare la propria comunicazione alla disponibilità dell’essere umano. Non si trattava semplicemente di fissare una persona, perché i ricercatori osservavano anche il modo in cui i cani alternavano l’attenzione tra il proprietario e il cibo.
Il risultato merita attenzione, perché suggerisce che il contatto visivo possa contribuire concretamente alla comunicazione, almeno in una situazione nella quale il cane cerca di ottenere qualcosa attraverso la persona. Certo, stiamo parlando di un esperimento con del cibo, non della dimostrazione che dobbiamo guardarci romanticamente negli occhi ogni mattina, ma liquidare questo comportamento come inutile significherebbe ignorare proprio ciò che i ricercatori hanno osservato.
Non tutti gli sguardi sono uguali. E no, guardarsi negli occhi non significa necessariamente sfidarsi
Siamo abituati a riconoscere la differenza tra uno sguardo complice e un’occhiataccia, eppure, parlando di cani, sembra che questa capacità improvvisamente scompaia. Il contatto visivo viene talvolta descritto come una provocazione a prescindere, dimenticando che uno scambio spontaneo durante un’interazione tranquilla ha ben poco in comune con una persona che fissa insistentemente un cane, magari avvicinandosi con atteggiamento intimidatorio.
Nel 2005, Vas ha studiato le reazioni dei cani all’avvicinamento di una persona sconosciuta, confrontando un comportamento amichevole con uno minaccioso. In quest’ultimo caso, lo sperimentatore avanzava lentamente, senza parlare e fissando il cane direttamente negli occhi, ottenendo risposte comportamentali differenti rispetto alla condizione amichevole.
Un risultato interessante, che però viene facilmente frainteso se dimentichiamo come era costruito l’esperimento. Vas non aveva isolato il contatto visivo, perché insieme allo sguardo cambiavano anche le modalità di avvicinamento. Insomma, se uno sconosciuto ci venisse incontro lentamente, in completo silenzio e fissandoci come se dovesse riscuotere un debito, probabilmente non attribuiremmo il nostro disagio esclusivamente alla posizione dei suoi occhi.
Nel 2016, Somppi ha utilizzato l’eye-tracking per osservare come 31 cani distribuissero l’attenzione davanti a fotografie di volti umani e canini con espressioni differenti. I cani tendevano a evitare visivamente i volti umani minacciosi, mentre mostravano risposte attentive diverse davanti alle espressioni minacciose dei conspecifici, confermando che le caratteristiche dei segnali visivi influenzano il modo in cui vengono osservati. Naturalmente, guardare una fotografia non equivale a interagire con una persona, e sarebbe scorretto utilizzare questi risultati per stabilire come ogni cane reagirà a uno sguardo diretto.
Il punto è che anche il modo di guardarsi fa parte della comunicazione, e ridurre qualsiasi contatto visivo a una sfida significa ignorare proprio le differenze che questi studi ci invitano a considerare. Uno sguardo può contribuire a un’interazione minacciosa, certo, ma da questo a sostenere che cane e proprietario debbano evitare di incrociare gli occhi ce ne passa parecchio. Altrimenti, per coerenza, dovremmo cominciare a considerare sospetto anche chi ci guarda mentre gli parliamo.
Ossitocina e legame affettivo. La scienza ha trovato qualcosa, ma non proprio quello che molti raccontano
Il contatto visivo tra cane e proprietario è stato associato anche all’ossitocina, spesso soprannominata ormone dell’amore, un’espressione che ha contribuito a rendere piuttosto romantica una questione scientifica decisamente più complessa. Nel 2015, Nagasawa pubblicò su Science uno studio nel quale 30 coppie cane-proprietario trascorrevano mezz’ora insieme, mentre i ricercatori registravano gli scambi di sguardi, le parole e il contatto fisico, misurando l’ossitocina urinaria prima e dopo l’interazione.
Ma dobbiamo raccontare anche il resto della storia, perché lo studio di Nagasawa ha ricevuto alcune critiche scientifiche. Nel 2016, Kekecs ha riesaminato i dati, mettendo in discussione soprattutto l’ipotesi che il meccanismo osservato fosse una caratteristica esclusiva della relazione tra cane ed essere umano, sviluppata attraverso la domesticazione. La critica, quindi, riguardava principalmente l’interpretazione evolutiva dei risultati, senza cancellare l’associazione tra sguardo e ossitocina osservata nell’esperimento originale.
Nel 2019, Marshall-Pescini ha invece studiato 20 coppie cane-proprietario durante diverse forme di interazione sociale, senza riscontrare aumenti complessivi significativi dell’ossitocina urinaria. L’esperimento era differente da quello di Nagasawa e non ne rappresenta una smentita diretta, ma mostra che la risposta ormonale non compare necessariamente in tutte le interazioni positive.
Che cosa ci raccontano, allora, queste ricerche? Che guardarsi negli occhi può avere anche una dimensione fisiologica legata alle interazioni sociali, ma non abbiamo ancora prove sufficienti per affermare che questo meccanismo funzioni allo stesso modo in tutti i cani o che migliori automaticamente l’attaccamento.
E soprattutto, sarebbe assurdo arrivare alla conclusione che, siccome gli studi sull’ossitocina presentano dei limiti, allora il contatto visivo non abbia importanza. La sua funzione comunicativa è documentata da altre ricerche e rimane tale indipendentemente dalle variazioni ormonali. Possiamo quindi riconoscere che lo sguardo conta nella relazione quotidiana tra cane e proprietario come strumento di comunicazione, senza pretendere che ogni scambio di occhi debba trasformarsi in una dichiarazione d’amore certificata in laboratorio.
Il valore dello sguardo nella comunicazione tra cane e proprietario, senza trasformarlo in una regola universale
Personalmente, considero lo sguardo una risorsa importante nella comunicazione con il cane, soprattutto quando nasce spontaneamente, senza che qualcuno debba richiederlo. Penso a quei momenti in cui il cane, durante una passeggiata, incontra qualcosa di insolito, osserva ciò che ha davanti e poi cerca brevemente i nostri occhi. Non possiamo sapere con certezza cosa voglia comunicarci, ma quello sguardo può essere un tentativo di coinvolgerci, e ignorarlo soltanto perché non abbiamo una traduzione precisa mi sembra piuttosto limitante.
Non è soltanto una mia interpretazione. Nel 2012, Merola ha osservato che, davanti a un oggetto sconosciuto e potenzialmente inquietante, molti cani cercavano visivamente il proprietario e potevano utilizzare le sue reazioni per orientare il proprio comportamento. È il cosiddetto riferimento sociale, che ci aiuta a comprendere come il cane possa raccogliere informazioni anche attraverso la persona con cui interagisce, pur senza attribuire a ogni sguardo la stessa intenzione.
Ed è proprio questo che mi interessa della comunicazione spontanea, perché il cane non dovrebbe essere considerato soltanto il destinatario delle nostre richieste, ma un individuo che partecipa attivamente allo scambio. Naturalmente, comunica anche attraverso postura, movimento e prossimità, ma non vedo perché dovremmo svalutare lo sguardo soltanto perché non è l’unico canale disponibile.
Per questo, dopo aver esaminato le ricerche, credo che possiamo affermare che guardarsi negli occhi ha senso, senza trasformarlo in un requisito della buona relazione o in un comportamento da pretendere. La sua importanza dipende anche dalla possibilità del cane di scegliere come comunicare e dalla nostra disponibilità a riconoscere quelle iniziative, senza attribuire loro automaticamente un significato prestabilito.
In fondo, il problema non è guardarsi negli occhi, ma pretendere che ogni sguardo significhi la stessa cosa. Se il cane ci cerca con gli occhi, vale la pena prestargli attenzione, mentre se preferisce osservare altro non abbiamo motivo di considerarlo meno legato a noi. E se proprio vogliamo trasformare il contatto visivo in una seduta di ipnosi, forse conviene lasciare il lavoro a Giucas Casella.


