A volte basta guardare il proprio cane con un’altra persona per accorgersi che non sta comunicando nello stesso modo, e la cosa può giocare a nostro favore oppure raccontare dinamiche meno comode da vedere. Cambiano la distanza, gli sguardi, il modo di cercare contatto e perfino quanto insiste per mantenere lo scambio, ma proprio perché osservazioni del genere si prestano facilmente a interpretazioni molto soggettive, preferisco non fermarmi a ciò che “mi sembra” di vedere.
Uno studio pubblicato nel 2026 su 37 cani ha confrontato il comportamento rivolto al proprietario con quello rivolto a un istruttore familiare, mostrando differenze nella prossimità, nell’orientamento e in diversi comportamenti corporei e facciali.
È da qui che vale la pena partire, perché storia relazionale, aspettative e reciprocità possono produrre effetti positivi, ma anche consolidare modalità di scambio meno funzionali, e uno studio ci aiuta a ragionarci sopra senza trasformare l’esperienza personale in una verità universale.
Lo stesso cane può cambiare completamente registro a seconda di chi ha davanti
Dire che un cane “è fatto così” rischia di confondere il suo repertorio abituale con il modo in cui si comporta proprio con noi. Nello studio il cambiamento non riguardava un solo segnale, ma diversi aspetti dello scambio e, con il proprietario, i cani tendevano a mantenere una partecipazione più intensa rispetto a quella mostrata con l’istruttore familiare. In concreto cambiavano soprattutto:
- la prossimità, perché i cani restavano più vicini al proprietario
- l’orientamento, dato che mantenevano più a lungo la testa rivolta verso di lui
- lo scodinzolio, più prolungato nella prima fase di interazione
- la persistenza dello scambio, perché l’orientamento verso il proprietario restava più marcato anche durante la still face, quando la persona smetteva di parlare, sorridere e rispondere
- alcune espressioni facciali, tra cui più blinking, cioè battiti delle palpebre, e in alcune fasi anche più leccamento del naso e lip wiping

La differenza, quindi, non è che il cane usi con noi un linguaggio completamente diverso, ma che frequenza, durata e persistenza di alcuni comportamenti cambino in base all’interlocutore. È un passaggio importante, perché nello studio entrambe le persone erano familiari, quindi non stiamo osservando la classica differenza tra proprietario e sconosciuto. Stiamo vedendo che due relazioni conosciute, ma costruite in modo diverso, producono un diverso livello di partecipazione allo scambio. Ed è proprio qui che il destinatario smette di essere uno sfondo neutro e diventa parte integrante della comunicazione cane proprietario.
Con il proprietario il cane costruisce uno scambio diverso
Sulla relazione cane proprietario è facilissimo convincersi di aver capito tutto partendo dalla propria esperienza. Il cane ci guarda più spesso, ci segue, ci cerca nei momenti di incertezza e magari con altre persone sembra molto più disinvolto, quindi viene spontaneo attribuire subito un significato a ciò che vediamo. Proprio per evitare di trasformare impressioni personali in regole generali, trovo utile partire dallo studio di Canori, pubblicato nel 2026 su Animal Cognition, che ha osservato 37 cani con il proprietario e con un istruttore familiare. Il confronto è interessante perché entrambe le persone erano conosciute dal cane, ma occupavano ruoli diversi e portavano con sé una storia relazionale diversa.
Con il proprietario i cani tendevano a restare più vicini, a mantenere più a lungo l’orientamento verso la persona e, nella prima fase di interazione, a mostrare più scodinzolio, mentre alcune espressioni facciali, tra cui il blinking, comparivano con maggiore frequenza. Il dato non ci autorizza a dire che il cane ami di più il proprietario o che ogni sguardo rivolto a lui rappresenti una richiesta di supporto, ma rende molto più difficile continuare a considerare la persona come semplice spettatrice del comportamento. Convivenza, routine, risposte ricevute e aspettative costruite nel tempo entrano nello scambio e possono rendere alcune iniziative più probabili proprio con noi.

Ed è qui che, nella pratica, la faccenda diventa interessante anche nel famoso “bene e male”. Un cane può aver imparato che con noi bastano segnali molto sottili per ottenere una risposta, perché negli anni abbiamo costruito una comunicazione molto raffinata, ma può anche aver imparato a consultarci continuamente, ad aspettare un nostro intervento o a coinvolgerci prima ancora di provare una strategia autonoma. Perciò, quando diciamo che “con me fa così”, la domanda utile non è soltanto che cosa significhi quel comportamento, ma che cosa succede abitualmente dopo e quale parte abbiamo avuto nel renderlo così frequente. È lì che la relazione smette di essere una parola bella da usare e diventa qualcosa che si può osservare nei fatti.
La relazione modifica aspettative, iniziativa e partecipazione allo scambio
Il punto più interessante, almeno per me, è smettere di pensare alla relazione come a qualcosa di astratto e iniziare a leggerla per ciò che produce concretamente nel comportamento. Con il tempo il cane costruisce aspettative molto specifiche su di noi, perché impara quanto siamo disponibili, quali iniziative ricevono risposta, quando interveniamo e quali situazioni tendiamo a gestire al posto suo.
Tutto ciò modifica la probabilità che scelga di guardarci, avvicinarsi, aspettare oppure insistere, quindi la partecipazione allo scambio non nasce mai nel vuoto e non dipende soltanto dal temperamento del cane. Anche noi, con la nostra storia di risposte, entriamo nel repertorio che poi osserviamo ogni giorno.
Ed è qui che il “nel bene e nel male” diventa meno slogan e più criterio di lettura. Una relazione può costruire segnali sottili e molto efficaci, perché cane e proprietario imparano a capirsi con poco, ma può anche rendere alcune forme di consultazione così frequenti da trasformarle in una strategia quasi automatica. Se ogni esitazione viene seguita dal nostro intervento, se anticipiamo costantemente le richieste o se diventiamo il riferimento necessario per affrontare qualunque piccola difficoltà, il cane può imparare che coinvolgere il proprietario conviene sempre. A quel punto una maggiore iniziativa verso di noi non va né celebrata né demonizzata, ma letta dentro la sua funzione e dentro la storia di apprendimento che l’ha resa probabile.

La ricerca di Canori non permette di dire quali dinamiche siano presenti nella vita quotidiana dei singoli soggetti, e qui è importante non attribuirle allo studio. Ci offre però un dato utile, cioè che il proprietario modifica il livello di coinvolgimento osservabile rispetto a un’altra persona familiare. Da educatrice, per me questo significa una cosa molto concreta, perché ogni volta che vediamo un cane consultarci spesso, restarci addosso o aspettare il nostro intervento, vale la pena osservare anche che cosa facciamo noi subito dopo, quanto spazio lasciamo all’iniziativa e quali risposte abbiamo reso prevedibili nel tempo.
Leggere la comunicazione significa osservare relazione, contesto e sequenza
Un segnale preso da solo serve a poco se non sappiamo a chi è rivolto, che cosa è successo immediatamente prima e come cambia il cane dopo la risposta ricevuta. Uno sguardo verso il proprietario può comparire dentro una richiesta, durante un momento di incertezza, come parte di un’abitudine costruita nel tempo oppure semplicemente come orientamento momentaneo, quindi il rischio di tradurlo troppo in fretta resta alto. Prima di attribuire un significato, conviene osservare almeno:
- il destinatario, perché lo stesso cane può rivolgersi in modo diverso a persone differenti
- ciò che precede il segnale, quindi avvicinamenti, richieste, interruzioni, pressioni o attese
- la configurazione complessiva, considerando distanza, postura, direzione del corpo e possibilità di allontanarsi
- la risposta dell’altra persona, perché entra subito nella sequenza comunicativa
- ciò che cambia dopo, visto che aumento, riduzione o trasformazione del comportamento aggiungono informazioni importanti
- il repertorio abituale del cane, perché una deviazione dal suo modo consueto di comunicare può dire più della definizione generica del gesto

La parte che spesso ci sfugge è che anche la nostra risposta modifica ciò che osserviamo. Se il cane ci guarda e interveniamo immediatamente, se insiste e alla fine ottiene accesso a qualcosa oppure se trova risposte diverse ogni volta, quelle conseguenze entrano nella sua storia di apprendimento e possono rendere alcune strategie più probabili. Non c’è nulla di sbagliato nel rispondere ai segnali del proprio cane, ma è utile chiedersi che cosa stiamo rendendo funzionale, soprattutto se vogliamo distinguere una buona reciprocità da una consultazione continua costruita, magari senza rendercene conto, nel tempo.
Per leggere meglio la relazione, quindi, mi concentrerei meno sulla ricerca del significato universale del singolo gesto e più su alcune domande molto concrete:
- che cosa sta cercando di ottenere il cane in quel momento
- quanto spesso usa quella strategia proprio con noi
- che risposta riceve abitualmente
- se dispone di alternative
- se il comportamento cambia quando noi cambiamo risposta
È lì che la relazione cane proprietario diventa osservabile sul serio, perché smette di essere un concetto astratto e si vede nel modo in cui entrambi contribuiamo, volta dopo volta, a costruire lo scambio.
Per capire un segnale bisogna guardare anche chi lo riceve
Un segnale preso da solo dice molto meno di quanto ci piace pensare, perché il destinatario fa parte della comunicazione tanto quanto il cane che emette quel comportamento. Lo stesso sguardo, lo stesso avvicinamento o la stessa richiesta di contatto possono comparire con persone diverse e assumere un peso diverso dentro lo scambio, soprattutto se cambiano storia condivisa, aspettative e probabilità di risposta. Per questo, prima di attribuire un significato, conviene osservare almeno:
- a chi è rivolto il comportamento
- che cosa è successo subito prima
- quale postura accompagna il segnale
- quanto spazio di scelta ha il cane
- come risponde l’altra persona
- che cosa cambia subito dopo
- quanto quel comportamento appartiene al repertorio abituale del cane
La parte interessante, e anche quella che ci mette più facilmente in discussione, è che la nostra risposta modifica la sequenza. Se il cane ci guarda e noi interveniamo subito, se insiste e ottiene regolarmente qualcosa oppure se trova risposte incoerenti, quelle conseguenze entrano nella sua storia di apprendimento e possono rendere alcune strategie più probabili proprio con noi. Non basta quindi dire che il cane “ci cerca di più”, perché la domanda utile diventa che cosa ha imparato a ottenere rivolgendosi a noi e quanto quella modalità sia diventata funzionale nel tempo.
Per leggere meglio la relazione, io partirei da poche domande concrete:
- quanto spesso usa quel segnale proprio con noi
- che risposta riceve di solito
- se prova strategie diverse con altre persone
- se dispone di alternative
- se il comportamento cambia quando cambia la nostra risposta

È qui che la relazione cane proprietario smette di essere una formula generica e diventa qualcosa che si può osservare nei fatti, dentro la sequenza, nelle risposte reciproche e nelle strategie che entrambi abbiamo contribuito a costruire.


